Pittura Natura Animale
2017  Cotignola palazzo pezzi

giovanni blanco

Il primo luogo, cm 10×12, stampa lenticolare, pelliccia sintetica, 2007-2017

 

Veduta dell’installazione

giovanni blanco

Via dei canti #2, inchiostro calcografico su carta (monotipo), cm 195×200, 2017

Gravità del rosso, olio su tela, cm 60×80, 2017

giovanni blanco

giovanni blanco

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giovanni blanco

Via dei canti #1, inchiostro calcografico su carta (monotipo), cm 260×150, 2017

giovanni blanco

Senza titolo, olio su tela, cm 80×60, 2017

giovanni blanco

Ritratto di Domenico, acrilico su cotone, cm 40×30, 2017, su stampa fotografica (studio Rosolini) cm 280×380, 2017

giovanni blanco

Ritratto di Domenico, acrilico su cotone, cm 40×30, 2017

 

Bologna 17 agosto 2017

Ogni capolavoro amplifica il tempo e come una bestia affamata sbrana l’ovvietà.
Questa è una delle immagini più intense a cui faccio ricorso per potermi accostare alla pittura, all’arte tutta. Davanti ad una tale visione ho bisogno di riprendere fiato, abituato come sono a sporgermi in punta di piedi sulla soglia del visibile, ovvero in quel luogo immaginario dove certi pensieri e i sensi ambiscono alla bellezza.
In questi giorni di canicola agostana ho riflettuto molto sul tema proposto per la nuova edizione di Selvatico.
Definirò quanto vado pensando da tempo sulla pratica della pittura, accompagnando il visitatore in un percorso metaforico capace di far compiere un salto (o una caduta?) all’interno di quel labirinto esistenziale ed estetico, già custode delle forme insondabili della vita e della morte.
Il mio intervento prenderà vita negli spazi di palazzo Pezzi a Cotignola, edificio ricco di suggestioni e memorie stratificate. Coinvolgerò il fruitore a partire dalle scale, luogo di transito e “colonna vertebrale” dell’architettura, per un percorso espositivo verticale e ascensionale dove si svelerà per tappe e registri diversi il senso di questa mia scansione espressiva. Salendo i primi gradini del palazzo, infatti, il visitatore si troverà davanti al primo lavoro: una stampa lenticolare abrasa e incisa, rappresentante un paesaggio collinare investito da un verde glorioso che, ad un primo e fugace sguardo, potrà risultare astratto. L’opera ha per titolo “Il primo luogo”, lo spazio dove tutto si origina, ed è incorniciata da una pelliccia sintetica e arruffata che preme e lima il confine estetico della visione: questo vuole essere un omaggio a Courbet.
A seguire, si vedranno alcune immagini della storia dell’arte non molto note, forse perché giudicate nel tempo immorali, licenziose, eppure di superba bellezza, con significati che stanno alla base della cultura occidentale. Si tratta di due gruppi scultorei scolpiti nel marmo provenienti dall’area archeologica di Pompei, risalenti alla prima età imperiale: il primo rappresenta Pan nell’atto di possedere una capra; il secondo vede due corpi acefali, un satiro e una ninfa, anch’essi dichiaratamente intenti ad accoppiarsi. Sono opere sorgive che commuovono per forza erotica e per grandezza poetica. Da qui alcune suggestioni mi hanno spinto a realizzare due grandi monotipi su carta, freddi e quasi impersonali nell’esecuzione, divorati da una luce abbacinante, come a voler rispondere a tutto il portato carnale che gli originali esplicitano.
A contraltare di questo primo ragionamento ho dipinto altri due soggetti in cui la presenza volutamente retorica e tragica, tuttavia debordante di sensualità, fa l’elogio del concetto di abisso: un piccolo crocifisso settecentesco in cartapesta visto come attraverso un vetro sporco e alcune teste di agnelli disposte sul bancone di un mercato popolare di Palermo.
Quest’ultimo risultato sancisce un legame col senso del disfacimento della materia e del corpo, del franare delle certezze, eppure gonfio di poesia, nel quale credo di trovarvi quella profondità che sottintende uno degli aspetti del fare pittura.
Dopo molti anni di ricerca, mi ritrovo nuovamente a scandagliare alcune mie vecchie ossessioni, per quell’affondo necessario che lo studio e l’osservazione richiedono, assieme allo smarrimento e al dubbio senza i quali questa indagine mi apparirebbe priva del suo più rilevante valore: una, seppur modestissima, possibilità di nominazione della verità?
Inoltre, data l’ampiezza del tema, non poteva mancare uno scambio diretto -in questo caso direi frontale- con un altro pittore, ben consapevole della pluralità degli artisti presenti a questo evento con cui inevitabilmente cortocircuiterò.
Nello specifico sarà l’occasione per confrontarmi con l’opera e la poetica di Domenico Grenci, col quale ho recentemente discusso sul grado e sulle dinamiche di questa nuova relazione. A entrambi è piaciuta l’idea di traslare simbolicamente a Cotignola una delle pareti dei nostri studi mediante gigantografia, con lo scrupolo di farne però traccia fantasmatica, evocazione silenziosa, quinta metafisica, per esemplificare una quotidianità del fare su cui collocare rispettivamente i ritratti che ciascuno dedicherà all’altro.
Non molto tempo fa scrivevo da qualche parte che l’immagine è il residuo di un sentire, di una intuizione, l’unica traccia sensibile in grado di dialogare con la memoria, col tempo, aggiungendo spazio alla parola. Dipingere è amplificare l’effimero, è il mettere radici altrove. Sempre.
Giovanni Blanco