Premesse per una mostra
Giovanni Blanco e Gaspare Macaluso
2013 Agrigento spazio espositivo Francesco Siracusa

giovanni blanco

“La mia prima vacanza”, piccola sollecitazione per una mostra

giovanni blanco

Senza titolo, tecnica mista su carta, cm 30×40 (ciascuna), 2013

giovanni blanco

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giovanni blanco

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giovanni blanco

 

giovanni blanco

Senza titolo, tecnica mista su carta, cm 23×32, 2013

 

giovanni blanco

Senza titolo, tecnica mista su carta, cm 40×30 (ciascuna), 2013

 

Premesse per una mostra

Girare attorno alle cose, riquadrarne il mistero, muoversi come fa un’aquila in volo quando avvista la sua preda. Una concentrazione ostinata della materia, un fluido sanguigno che ribolle nudo, che dà ossigeno ai pensieri. A queste altezze i significati si irradiano dritti al cuore, lasciando aperta la possibilità di vedero il soggetto. Si tratta di un agone sfiancante. Nascono così le ossessioni, le “Belle ossessioni”, parole organizzate attorno agli atomi del visibile… Il tutto dura un attimo, il tempo di un battito di ciglia, perché se ne perdono quasi sempre le tracce essenziali. L’istante è metafisica! E’ un ritorno all’origine, da sempre l’annosa contesa dialettica tra l’oggetto e il soggetto. Questo è il primo pasto dell’occhio e lo spettacolo ineffabile delle emozioni, con i quali i due artisti siciliani ragionano e si confrontano da sempre: Giovanni Blanco lo fa con la pittura; Gaspare Macaluso con la fotografia. Per la doppia personale di Agrigento, pensata per lo spazio espositivo di Francesco Siracusa, gli artisti hanno sviluppato un progetto parallelo che li ha visti a confronto con ciò che si sottende alle problematiche della interpretazione della realtà; la presenza icastica del soggetto e il suo metamorfosare decretano un nuovo rapporto di conoscenza che diventa la cifra poetica, inesauribile, della propria sensibilità: l’impasto misterioso della mano col cuore, della testa con lo stomaco. Blanco per questa mostra ci offre la visione di dieci paesaggi di montagne, dove la luce siderea viene scomposta e contrastata da un ellittico gioco di superfici cromatiche. Questi paesaggi stabiliscono una paradossale analogia col reale, come a deformare lo spazio narrativo, stratificando così i molteplici aspetti della percezione; lo fa, ora con contenuti e tracce di “memorie plurali”, ora con brani di natura organico-geometrici dall’evidente impalcatura ludica. L’impressione che ci si fa davanti a questi soggetti è quella di tratteggiare altri contorni di un possibile spazio, un amalgama di sensazioni che l’artista ci racconta mettendo in scena storie archetipiche di luoghi incontaminati. Blanco ha dato spazio ad immagini saldate nella creta del tempo, e forse custodite nel nostro immaginario, eliminando tuttavia la presenza dell’uomo, proprio come accade nei teatri più remoti della natura, dove la misura e il caos sembrano aver assegnato il destino ultimo alle cose: un richiamo ancestrale che siamo abituati a indicare molto spesso come déjà vu. La sua, in definitiva, è una panoramica dell’onirico, scandita da prospettive incrociate che sanno dettagliare le quote di luoghi utopici, la cifra misterica di un’istantanea colta nell’ora della finzione. A far da contraltare alle opere succitate, ci pensa il lavoro di Macaluso. Egli, infatti, ci presenta una serie di fotografie che ritraggono volti di amici e di persone a lui care, ponendo al centro del suo sguardo l’uomo. Una narrazione visionaria la sua, una ricerca della presenza che ci domanda sul significato del ritratto, sul lascito della storia attraverso la “coscienza” dell’occhio. In questi nuovi scatti troviamo la traccia di un gesto esorbitato -stavo per dire traditore-, in quanto l’esperienza estetica del volto sembra soggiacere alle dinamiche intestine di un “Io liquefatto”, sciolto da ogni retorica effettistica, col quale siamo portati a coniugare scomposizione  e formazione, giacimento e germinazione. Le opere di Macaluso ci restituiscono una presenza organica che ci nutre di sensazioni contrastanti: da un lato è messo in discussione il valore tematico del soggetto, lo svelamento della sostanza figurale, dall’altro si precisa la lenta, quanto mai complessa, trasfigurazione dei tratti somatici, mettendo in sincrono pensieri e visioni dal forte impianto simbolico. L’autore ricorre alla forma del cerchio come modello ispiratore, meta della perfezione, liberando suggestioni che ci rinviano a superfici lunari, a specchi deformanti: la logica di questi volti talvolta sembra evocare i cerchi concentrici modulati dal movimento dell’acqua. Pertanto, sentiamo nel suo lavoro il nutrimento ostinato della rivelazione. L’artista ci suggerisce di leggere questi ultimi ritratti come se si stesse davanti alla tessitura magica di un màndala, al quale affidiamo il principio e la fine delle cose in un unico accordo formale. Da questa parallela immersione delle opere dei due artisti siciliani si esce con l’annoso dubbio che tutta l’arte, quando è autentica, non è mai risposta al senso del mondo, ma perpetua domanda sul divenire inarrestabile del tempo e dello spazio, dentro e fuori la matrice della realtà.