In ragione dell’ombra
Giovanni Blanco e Lorenzo Di Lucido
2014 Rimini FAR

giovanni blanco

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Tutti i grigi di Lorenzo, olio su tela, 30×25 cm, 2014

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Mia madre Rosa, tecnica mista su carta, cm 34,5×28, 2010

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Studio di Ritratto di mia madre, tempera su carta, diametro 20 cm, 2014

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Ritratto di mia madre, tempera su tela di cotone, cm 24,5×20,5, 2010

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Matrice 2012, inchiostro calcografico su carta rosaspina, cm 54×79, 2012

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Senza titolo n°1, acrilico su forex, cm 72×102, 2012

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5 Capricci dell’utopia, tempera su cartoncino, 17×11 cm, 2014, ciascuna

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L’isola del pittore, cunei di legno, colla, 54x52x59 cm, 2014

giovanni blanco

L’isola delle rose, olio su tela di cotone, 90×130 cm, 2014

giovanni blanco

Studio per “L’isola delle rose”, tecnica mista su stampa fotografica, 15,5×9,5 cm, 2014

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Senza titolo (omaggio a Piero della Francesca), olio su tela di cotone, 90×130 cm, 2014, dittico

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giovanni blanco

Intervento decorativo a parete (tratto dalla preesistente decorazione del Palazzo del Podestà), tempera murale e vernice spray, m 3×8; Senza titolo (omaggio a Piero della Francesca), olio e vernice spray su tela di cotone, 90×130 cm, 2014, dittico; centrino di conchiglie australiane; Tempio Malatestiano, gouache e fusaggine su carta, cm 19×20, 2014

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Tempio Malatestiano, gouache e fusaggine su carta, cm 19×20, 2014

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Il collezionista-autoritratto (omaggio a Chardin e a Fellini), olio su tela di cotone, 181×131,5 cm, 2012-2013

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Trittico “In ragione dell’ombra”, inchiostro calcografico su carta, 200×130 cm, 2014, ciascuna

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 “In ragione dell’ombra” nasce per gli spazi espositivi della FAR. Per la città di Rimini. Con questo nuovo progetto ho cercato di dare corpo ad una geografia intima, metamorfica per statuto, nella quale si allineano inevitabilmente alcune storie dell’occhio. Un apparire delle cose per lampi e sottrazioni, l’amalgama di percezioni in cui la maggior parte dei sensi è stata convogliata, quasi a immaginare altri codici espressivi, scivolosi e instabili, come il bordo sensibile delle parole.
Per quest’appuntamento ho ripercorso alcuni luoghi della città, talvolta vi ho proiettato ombre e desideri, appropriandomene con la stessa libertà e curiosità con cui si maneggia un magnete, quando questo viene a contatto col suo polo opposto.
Nella Sala degli Archi del Palazzo del Podestà ho ideato tre stanze, per ognuna delle quali ho lasciato una traccia paradossale, un grumo di pensieri urgenti, al fine di fissare i contorni simbolici di questo nuovo racconto visivo. Per fare ciò ho trasfigurato le azioni in gesti, restituito alle mie ore le riflessioni sul concetto di utopia, o della “condizione dell’impossibile”, dispiegando una piccolissima parte della forza testimoniale che tutt’oggi Rimini offre. Inevitabile è stato così l’impatto con la straordinaria e visionaria parabola dell’opera di Federico Fellini, la matrice divina del senso della bellezza contenuta nelle forme del Tempio Malatestiano, quindi Piero della Francesca, il registro architettonico-decorativo del Palazzo del Podestà e, non ultimo, il mare che bagna la città. Per quest’ultimo, penso alla singolare vicenda dell’Isola delle Rose, presente nelle acque dell’Adriatico fino al febbraio del 1969. E’ a partire da questi “lasciti ulteriori”, da queste rivelazioni dell’alterità, che ho cucito le parti possibili di un discorso, dando voce alla schiuma onirica delle ombre, nel tentativo di impastare la circolare vicenda degli uomini con il lievito metafisico della realtà. In questa mostra condivido, in un rapporto di fratellanza, deragliamenti e le sterzate espressive dell’arte di Lorenzo di Lucido, travalicando altresì ogni confine tematico, per poter accedere all’inafferrabile corpo della voce pittorica, del dire e del negare per immagini, generando oltremodo passioni, superfici e riverberi ancestrali. E’ forse a partire da queste ragioni che si ridefiniscono i confini del pensiero.

Giovanni Blanco

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Per secoli alla pittura è stato chiesto di tradurre in immagine la parola. Sappiamo quanto ai racconti del sacro si cercasse un riscontro concreto, fisico e percettivo, nelle visioni dipinte. Non propriamente la verità ma il veridico era la prerogativa di un’arte alla quale si dava ruolo di Biblia pauperum, di libro ad uso di coloro che non avevano lettere. Si domandava a quel verbo visivo un apporto probatorio utile alla fede, attraverso il senso più diretto e praticato di cui il corpo umano dispone per credere. La vista era dunque un parametro di certezza, forse quanto ora lo è del dubbio. Ma anche quando esisteva questo credito di testimonianza della pittura, dietro il pennello gli artisti hanno sempre giocato con l’apparenza, coltivando una disposizione all’illusorio e alla finzione.
Attraverso la pittura sia Giovanni Blanco che Lorenzo di Lucido sembrano voler mettere in dubbio i loro stessi ricordi, perfino l’atto della testimonianza diretta, il racconto più familiare, risulta offuscato da una scialbatura che ne ostacola la messa a fuoco. La memoria è opaca, si pone in disparte, quando non viene destituita di ogni fondamento da un processo creativo che ne sradica anche l’ultimo residuo di riscontro. Ma per entrambi, anche se attraverso percorsi diversi, è come se la verità più intima venisse cercata in quell’incertezza, in quella distanza irriducibile tra artificio e natura. Una verità contenuta nell’opera, già raggiunta dal pennello, ma a cui l’autore preferisce cambiare finale, retrocedendo dalla compiutezza. È la stessa pittura a suggerire l’occultamento delle prove. Aggiungere e sottrarre sono azioni che, necessariamente il pennello compie in tempi diversi. Uno sdoppiamento d’identità che non è mutismo ma aspirazione della parola, inghiottimento. Come una lingua che dapprima fa fiorire aggettivi al racconto per poi potare i rami della comprensione. Finita l’epoca delle rivelazioni, questo può essere il minimo comune denominatore di due artisti che fanno della pittura un’officina dell’ombra.

Massimo Pulini