Altre topologie
2011 Siracusa galleria quadrifoglio

altre topologie

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giovanni blanco

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Matrice, 2012, inchiostro calcografico su carta rosaspina, 54×79 cm

giovanni blanco

Sentinelle (dittico), 2012, olio e acrilico su tela di cotone, 50×40 cm ciascuna

giovanni blanco

giovanni blanco  giovanni blanco

Capricci, serie di 9 tempere su fogli di carta formato A4, 2012

giovanni blanco  giovanni blanco

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Paesaggi, 2012, inchiostro calcografico su carta rosaspina, 55×79 cm ciascuno

giovanni blanco

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Riproduzioni in cartolina dell’opera di F. Falciani (Manifesto del Partito Comunista), 2012, tempera, collage, 15×21 cm ciascuna

giovanni blanco

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Un fatto

Esistono sentieri che reputiamo portarci in direzioni opposte alla meta sperata: un andare a tentoni, al di là delle manifeste contingenze. Non appena intraprendiamo il cammino ci accorgiamo che, in realtà, tante sono le cose che ci restituiscono un legame profondo alle proiezioni del desiderio, ma altrettante sono quelle che ci legano al passo sicuro che ce le fa scoprire. In queste circostanze, la prospettiva è un binario circolare.
Di recente mi sono ritrovato a viaggiare in macchina su alcune strade della mia terra, quelle che collegano il mare di Portopalo alla mia Rosolini e che, da quest’ultima, si lasciano accompagnare dai muretti a secco, fino alla luce impastata nel riverbero delle pietre di Modica: talvolta le medesime strade mi aprono allo spazio della riflessione.
Sovente mi è capitato di vedere con sguardo di sintesi, oltre il reticolo delle pietre contadine, strutture in cemento armato non finite, scheletri ortogonali sui quali si può scorgere la nervatura scoperta dei tondini di ferro arrugginiti, dove, di tanto in tanto, si posano piccoli volatili come a far da sentinella.
I chilometri fatti nelle ore di luce meridiana mi hanno dato riscontro in merito ad un’anomala equidistanza tra un edificio e l’altro, in un’alternanza diabolica di pieni e vuoti tali da farmi ricordare persino l’introduzione della Totentanz di Liszt! In fondo, si tratta di una visione luttuosa del territorio.

Come una soluzione

C’è da trattenere il respiro tutte le volte che le tonnellate di cemento rappreso vengono, per un qualche motivo, sospese e abbandonate, anche per decenni (ancora una volta, ne risponde la percezione e la “passione” dell’occhio che vuole la sua ragione estetica e culturale), per poi verificare che, nella stessa stradina, da un giorno all’altro, vi troviamo lo stesso rudere trasformato in una villa dalle quote prospettiche improbabili.
Queste posticce architetture risultano e si fanno testimonianza di una società degradata, nella metafora del frutto malato che è sempre segno di una comunità che ha smarrito il rapporto con lo spazio e con il tempo.
Trovo affascinante l’idea che a tutto questo ci sia una via d’uscita. Questi agglomerati inespressi sono soggetti nel tempo a inevitabili mutazioni, si rivestono di una sconfinata partitura vegetale, mimetizzandosi nella vitale opera di “punto croce” che solo le piante sanno fare, nell’intrico segreto che vede stendere, in ogni direzione, la rete organica delle forme. Ecco avvenuta l’alchimia, da me letta come principio e suggestione puntuali per articolare il lavoro qui presentato: una vera e propria riflessione sul fenomeno dell’agire nel mondo, in un’allegorica anticipazione del linguaggio dell’arte.

La mostra

La mostra prende il titolo di Altre topologie, pensata appositamente per gli spazi della galleria Quadrifoglio. Limitandomi solo al senso che questo termine ricopre, soprattutto in ambito scientifico-matematico, qui ne riporto la sua etimologia: “Topologia: dal greco tópos, ‘luogo’, e lógos, ‘discorso’”.
Per l’occasione, due dipinti ad olio raffiguranti due civette, Sentinelle, disposti uno di fronte all’altro, introdurranno e accompagneranno simbolicamente lo spettatore nella sala principale, dove vi troverà collocato il nucleo centrale dell’esposizione. Qui ho riunito nove carte dipinte col nero inchiostro calcografico (monotipi), ricavate dalla rielaborazione di alcune fotografie di edifici incompiuti. L’indagine di questi soggetti è nata da un sopralluogo fatto nel territorio siracusano-ragusano, dove ho cercato di fare una sorta di “censimento delle forme”, prendendo in esame quelle che, a mio parere, potessero rientrare nell’ottica di un’analisi espressiva, vicina alla mia intima e personale visione. In nove giorni ho formulato alcune risposte visive che sono state estese in un più ampio svolgimento metodologico, concependo una sistematica accordatura delle parti. Ho altresì considerato e interpretato i dati provenienti da semplici fattori interni alla lettura oggettiva: il numero dei giorni, la catalogazione ideale dei nove edifici individuati, i circa 30 km di percorso effettuato, la luce, il paesaggio circostante, facendo emergere l’anima dell’intero nucleo pittorico. Da questa ricerca è seguita l’ossessiva necessità di condensare il tutto in un solo tracciato ottico, come a voler comprimere, contestualmente, le componenti fisiche ed emozionali di tutto il viaggio: è nata l’opera Matrice 2012. Si tratta della sovrapposizione di tutti i monotipi in seconda battuta, ottenendo così un rapporto simultaneo dei diversi piani, un paesaggio ibrido, dall’apparente sintassi caotica.
Naturalmente, dati gli elementi considerati, sapevo di imbattermi in fraintendimenti riguardo alla restituzione interpretativa di tutto il lavoro, così mi sono subito ben guardato dall’indagarne le dinamiche sociali di fondo come l’abusivismo: questo mi avrebbe portato verso un’altra direzione, fuori dalla mia orbita esperienziale. A far da contraltare a questa prima parte dell’esposizione è nata una piccola serie di lavori a tempera che ricorda, a primo acchito, un improbabile stemmario araldico. Li ho titolati Capricci, con la precisa idea di giocare dialetticamente sulla questione della leggerezza e del “disimpegno etico”, all’interno dell’impianto concettuale complessivo della mostra. Il formato standard dell’A4 è diventato la costante proporzionale dell’intero corpus iconico, dove vi scorgiamo forme geometriche dal registro cromatico enfatizzato, in una combinazione ludica e incantata degli spazi che suggerisce architetture impossibili, attraverso le quali identificare giocattoli dal sapore tutto novecentesco.
A chiudere il percorso espositivo, in qualità di ready-made, un gruppo di nove stampe (gli inviti-cartoline della precedente mostra) campeggia sulla parete riorganizzato a scacchiera, dove troviamo le riproduzioni dell’opera (Manifesto del Partito Comunista) di Francesco Falciani. Lo scatto fotografico proviene dalla sua casa nella campagna della Maremma toscana, in un clima di totale immersione naturalistica che ci restituisce il suo giardino fiorito, dettagliato da un bianco e nero di sublime equilibrio. In questa sequenza di immagini ho liberamente associato e sovrapposto altre forme geometriche, scaturite da un automatismo incondizionato, come a fare il paio con il precedente ciclo, definendo l’intero iter espositivo nell’ambivalente macchina della messa in scena pittorica.